Fare riabilitazione durante l’epidemia: intervista a due giovani audioprotesisti

Il nostro approccio oggi, rispetto a marzo, è diventato più scrupoloso, più attento. Ricevere un paziente in ufficio e godersi una chiacchierata piacevole tra una regolazione e l'altra non è più una cosa scontata; darsi la mano è diventata la nuova bomba del secolo. Ma parliamo, comunichiamo e sorridiamo con gli occhi. Perché le persone hanno paura, ma questa paura non va trasmessa e aumentata. Invece va gestita e controllata, poiché i pazienti audiolesi sono quelli che stanno più soffrendo in questo momento, non potendosi più affidare al labiale per comprendere ciò che viene loro detto. Dunque vanno aiutati e seguiti molto più di prima.

Audio Infos. L'organizzazione che voi rappresentate, che lavora nell'ambito dell'udito, ha di certo ricevuto – come tutti i sistemi complessi contemporanei – la lezione dell'imprevedibilità e della lacerazione potenziale indotta dall'evento pandemico. Quali interventi pratici avete adottato nell'affrontare il lockdown? Immaginate l'epoca che stiamo vivendo come uno spartiacque: nell'attività quotidiana, cosa lasciate, cosa introducete e cosa salvate, dal prima al dopo?

Gabriele Delosa e Daniela Guidi. Come spiegavamo prima, anche gli appuntamenti sono organizzati in maniera diversa: spesso ci diamo tempistiche precise, per avere il tempo di sanitizzare gli strumenti e la postazione. Inutile negare che i pazienti senza appuntamento sono costretti il più delle volte ad andare via. Il nostro tono è diventato più morbido, più accondiscendente, anche nello spiegare come si sanificano le mani e come va messa correttamente la mascherina. Perché questo Covid-19 ha reso tutti più nervosi e intolleranti: il famoso striscione con l'arcobaleno e la scritta "Andrà tutto bene" si è ritorto contro di noi ed anche rilevare la temperatura spesso fa scattare l'animo più buono. Le persone si sentono minacciate: c'è chi fa la battuta e chi si arrende all'ultima trovata commerciale. Noi cerchiamo di comprendere tutti e continuiamo sempre a sorridere con gli occhi.

Ad inizio pandemia sono state pubblicizzate tante mascherine trasparenti, per aiutare i pazienti con difficoltà uditive. Le abbiamo provate tutte, ma con scarso successo, in quanto la plastica a contatto con il respiro crea quella fastidiosa patina di condensa che non permette comunque al paziente di comprendere. Allora abbiamo modificato, senza rendercene conto, il linguaggio del corpo e la gestualità, oltre che il tono ed il timbro della voce. Possiamo dire di avere migliorato – per certi versi – anche il modo di applicare le protesi acustiche e, quindi, di avere imparato qualcosa da questa tragedia che continua ad investirci.

Qualche studio, sicuramente, tra qualche anno metterà in evidenza come gli ipoacusici, da un giorno all'altro, siano sembrati essere esponenzialmente aumentati: è normale, infatti, che le mascherine abbiano fatto emergere un deficit anche per quelle persone che pensavano di avere un calo lieve e trascurabile. Andare a fare la spesa al mercato, con tutti quei rumori di fondo, senza avere un rinforzo visivo, ha fatto sì che molti si rendessero conto di avere un problema da non sottovalutare e da curare.

Questo per dire che adesso, come prima, il nostro lavoro non ha mai smesso di funzionare. La nostra assistenza è stata di fondamentale importanza, durante il lockdown e durante tutti questi mesi in cui i dispositivi di protezione individuale sono diventati obbligatori. È diventato solo più difficile rapportarsi con le ASL, spesso chiuse con prenotazioni lontane mesi. Ma noi continueremo ad esserci, con tutte le precauzioni del caso.

Claudia Patrone

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